FERMO

     Raccontato in poche parole, il progetto Fabi Natural Color è un ritorno al passato, all’uso di colori naturali estratti da piante tintorie, riscoperte e coltivate da studiosi e appassionati che, dopo averne sperimentato l’utilizzo nel tessile, hanno proposto al Distretto Culturale Evoluto di cui Fermo è città capofila di sperimentare l’applicazione dei colori naturali su scarpe e cappelli. Il calzaturificio Fabi ha risposto, ha creduto nel progetto e da oltre sei mesi, in collaborazione con Massimo Baldini (amministratore unico OasiColori di Lamoli di Borgo Pace) e Noris Cocci (fotografo e direttore artistico dell’operazione), è stato avviato un lavoro che ha portato ad una mini collezione di calzature da uomo, presentata in Giappone, con un entusiastico riscontro, poi a Fermo e, da ultimo, nella prestigiosa vetrina internazionale del Pitti Immagine Uomo a Firenze.

baldini natural fabi

Massimo Baldini e il blu

     Tutto è cominciato da una curiosità: da quale pianta si estrae il colore blu? Dall’Isatis Tinctoria. Semplice? Non proprio. Con il senno di poi, la risposta è facile ma essa è il frutto di uno studio partito da lontano, che abbiamo ripercorso a grandi tappe,  accompagnati da Massimo Baldini, che dal 1995 si è appassionato a questa materia e da allora continua a studiare, sperimentare, coltivare e ricercare nonché a fare opera di divulgazione nelle scuole.

La storia
Il blu indaco, appunto. Gli antichi tessuti possono essere stati colorati solo con l’Isatis Tinctoria. Fin dalle prime tessiture l’uomo ha usato piante tintorie. Lo ha fatto per seimila anni. “E’ tutto documentato” dice Baldini. Una interessante scoperta è avvenuta in una grotta, in Austria, dove sono stati trovati frammenti di tessuto colorato. Analizzati, sono stati datati 4000 anni avanti Cristo. Il colore naturale viene riscoperto grazie a due storici marchigiani. Don Corrado Leonardi, di Urbania, ha trovato nelle chiese abbandonate dal Montefeltro, delle tovaglie d’altare. Le ha studiate, scoprendo che erano marchigiane e risalenti al 1400. “Lo ha incuriosito il fatto che fossero tutte blu e che il colore derivasse chiaramente dalle piante. Ma una pianta blu non l’aveva mai vista – racconta Baldini – così ha continuato la ricerca, scoprendo che l’unico colore blu, in Europa, era dato dall’Isatis Tinctoria”.

baldini tintore fabi

Massimo Baldini mostra le antiche macine

Quasi in contemporanea, e siamo negli anni ’70 del secolo scorso, Don Delio Bischi, di Piobbico, trova delle ruote di pietra e le ricollega al toponimo Pian delle Macine del Monte Nerone. “Ma cosa macinavano a 1300 metri? Non grano, non ulivo – prosegue Baldini -; la risposta è venuta da alcuni frammenti che lo hanno portato a intuire che quelle macine con le seghettature ai bordi, erano mulini”. Ipotesi confortate dai documenti, come la rappresentazione della macina del Montefeltro “che resta l’unica immagine che abbiamo di questa lavorazione. Da lì, è stata svelata la storia che c’è dietro a un colore così importante come il blu, fondamentale dal punto di vista commerciale ed economico”. Il guado da cui si estraeva il blu, veniva coltivato in tutta Europa, ma il distretto più importante era nel Montefeltro, dove sono state rinvenute 45 macine da guado, tutte catalogate nell’area dell’urbinate. Da lì, le polveri colorate prendevano la strada di Firenze e Venezia, dove c’erano le tintorie.

Un colore da ogni pianta
La moda del blu, in Europa, parte nel 1200. Prima, il colore principale che usavano già i romani, era il rosso della robbia. “Una curiosità? Il toponimo di Monterubbiano viene dalle forti coltivazioni di robbia nella zona”. L’uomo ha usato questi colori per 6000 anni, e da qualsiasi pianta si può estrarre qualcosa “anche se noi andiamo alla ricerca di piante che abbiano colori solidi, che non scoloriscano alla luce del sole, che abbiano una percentuale più importante di pigmento”.
Lo scotano è stato coltivato in tutto l’Appennino marchigiano per 6000 anni, mentre “oggi facciamo una raccolta spontanea. Questa pianta veniva coltivata nelle Marche, proprio per la concia delle pelli. In Toscana, invece, conciavano con il castagno”. Dallo scotano si ricava soprattutto il marrone, ma anche il grigio o il nero. Dalla reseda si ottiene il giallo.
Dagli scarti dei carciofi, essiccati si estrae il verde. Raccolto il peperone, con il resto della pianta si produce colore, così come con le bucce del melograno.

robbia color fabi

Dalla robbia il rosso

L’avvio dello studio e della sperimentazione
L’argomento, le storie che portava con sé e la voglia di saperne di più hanno  appassionato Baldini che, dapprima ha portato questi saperi nelle scuole, realizzando colture  delle piante da cui si estraevano i colori, per la didattica. “Nel 2000 siamo riusciti ad ottenere il blu indaco, dopo secoli di abbandono, e da lì il discorso si è pian piano allargato al mondo dell’industria, cominciando da un lanificio, per vedere se fosse possibile utilizzare i colori su scala più vasta”.

fabi natural color

A ogni pianta il suo colore

mastri e fabi by fabi

La tamponatura (photo by Fabi)

     Il percorso di ricerca e sperimentazione è stato avviato nel 2007 e nel 2012 “quando abbiamo colorato un tessuto. Da lì, ci è venuta la voglia di scoprire se le stesse tecnologie potevano essere applicate in altri settori della manifattura marchigiana”.

La sfida al distretto della calzatura e del cappello
Tre anni fa, i contatti con la Provincia di Fermo dove era stato attivato il progetto del Distretto Culturale Evoluto della Regione Marche, di cui il Comune di Fermo è capofila. A Fermo, dove abbiamo trovato situazioni interessanti come l’utilizzo di colori vegetali nei frammenti degli arazzi del Palazzo dei Priori, c’è l’Erbario del 1400, sono catalogate tutte le piante, comprese le tintorie. Ne abbiamo utilizzate diverse per questo progetto. L’Erbario è già stato digitalizzato, ora – va avanti Baldini – occorre rendere fruibile la digitalizzazione per il pubblico”.
“Abbiamo lanciato la sfida. Non sapevamo se questo colore poteva essere utilizzato per le calzature e per i cappelli (i due distretti principi dell’economia del fermano). Abbiamo iniziato due anni fa a mettere in mano i colori alle manifatture – racconta – e il calzaturificio Fabi è il primo che ha creduto nel progetto e ha voluto lanciare il prodotto”.

mastri artigiani by fabi

mastri artigiani Fabi Shoes e Massimo Baldini (photo by Fabi)

     Sta andando avanti anche il discorso con i cappelli: “Stiamo lavorando con un cappellificio ‘Hats and Dreams’ di Montappone. Hanno già fatto il lancio nel loro mercato giapponese, un paio di anni fa. Ora, anche altri cappellifici stanno iniziando a promuovere questo tipo di prodotto”.

Fabi Natural Color
Fabi ha realizzato una speciale capsule, con pochi modelli, solo da uomo, di altissima fascia, destinati a una clientela selezionata e amante del bello. Il prodotto è stato presentato in Giappone, qualche mese fa, riscuotendo una grande attenzione. Per l’anteprima a livello mondiale è stata scelta Fermo, dopodiché per il progetto Fabi Natural Color si è aperta la vetrina internazionale del Pitti Immagine Uomo.
I mercati possibili? In Europa non sembra esserci grande interesse per questo tipo di cultura. “Qui si tratta di veicolare sì, la scarpa, ma anche la cultura che c’è dietro la sua realizzazione. Molto più interessati sono i mercati dell’America, del Giappone e della Cina” spiega Emanuele Fabi dell’omonima azienda.

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La Famiglia Fabi (photo by Fabi)

     “Ci vuole tanto tanto tempo per realizzare queste calzature. Non dico che faremo una produzione limitata ma per noi, fare mille paia all’anno è poco e tanto, nel contempo” dice Fabi. “Il progetto ci piace, ci crediamo. Parliamo dell’Italia, del territorio, di prodotti che troviamo nei nostri Sibillini, rientriamo nel Distretto Culturale Evoluto.  Siamo molto orgogliosi della presentazione fatta in Giappone e del riscontro che ha avuto. Lì hanno apprezzato il prodotto molto più di quanto non facciamo noi che abitiamo in queste zone”.

Il progetto culturale e artistico
“Tutto questo concetto è stato condensato nel gioco, nelle immagini, in un lavoro concettuale. Ci sto lavorando da 6 mesi – spiega Cocci – e siamo solo all’inizio. Ciò che ritengo importante è che in Giappone, Fabi non è passato solo per le scarpe, per il prodotto finito ma per il colore. Questo significa che quando hai un concetto da seguire, puoi produrre tante cose.

noris cocci fabi

Il direttore artistico Noris Cocci

E’ un format che proporrò alle aziende del territorio perché questa è un’idea chiave per affrontare i piani comunicativi. Presto partirà la campagna social, c’è un piano editoriale sviluppato sull’approfondimento di questa cultura a partire dall’erbario di Fermo che abbiamo analizzato e studiato”.

 

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