febbraio 25, 2018

Razzismi

Che poi, tutto sommato, ‘razza’ non sarebbe neanche una brutta parola ma, così come utilizzata nei linguaggi odierni, è ammantata da un’aura negativa, e così anche i termini suoi derivati, ‘razzista’, ‘razzismo’, con cui si definiscono persone che vogliono distinguersi da altre persone per un qualche motivo, che vogliono farlo (e lo fanno) mosse da un convincimento così profondo, talmente sentito come giusto (se non dogmatico), da avallare quelle che diventano pure e, a tratti crudeli, prevaricazioni degli uni sugli altri. Le cronache sono piene di questi episodi. Il fatto è che la ribalta la conquistano solo i casi più eclatanti, che fanno discutere, scandalizzano, da stigmatizzare o esaltare, secondo da quale parte li si guarda.
Poi c’è tutto un sottobosco di piccoli casi, e sono davvero tanti, che non fanno notizia, restano invisibili, ma sono tanti ‘semi’ che finiscono per attecchire, proliferare tra la gente. Semi che crescono e diventano buone pratiche (che restano silenziose) o cattive pratiche che si conclamano in fatti di cronaca che, quelli sì, fanno rumore.
Guardare in quel sottobosco che, in fin dei conti, altro non è se non il nostro quotidiano, significa scoprire che di razzismi ce ne sono, altroché se ce ne sono, in ogni luogo, nelle cittadine di provincia come nelle grandi città, in ogni ambiente, appartengono ad ogni età e che, fortunatamente, non sempre sono declinati al negativo. Ogni tanto, c’è anche del buono. Riportiamo, alla spicciolata, casi di diversi tipi di razzismi capitati negli stessi giorni dei fatti di Macerata.

  1. L’ipocrisia dei benpensanti
    Alcuni migranti smistati in provincia, vengono sistemati nell’appartamento di un condominio di una cittadina. Sono giovani, qualcuno è laureato, qualcun altro parla e comprende tre, quattro lingue. Ma chi lo sa? Chi lo vuole sapere? Nessuno. Sono semplicemente profughi. Accade che i condomini non gradiscono di avere come vicini di casa, sullo stesso pianerottolo, dei profughi. Non li conoscono, non sanno nulla di loro, non li hanno ancora mai neanche incrociati per le scale, ma questi ragazzi sono neri (quando non negri), migranti, nullafacenti, pericolosi. Dunque, da allontanare. Accade anche che qualche condomino, contando sull’influenza che il ruolo che riveste nella società gli conferisce, si attiva per risolvere il problema. Nessuna protesta o gesto clamoroso, ma azioni ‘diplomatiche’, portate avanti con elegante discrezione, attivando i canali giusti. E’ solo questione di giorni e il problema è risolto: i profughi se ne sono andati. Poco o nulla importa dove andranno (una sistemazione alla fine gliela troveranno lo stesso), basta che non sia in quel condominio. Il portone del palazzo si chiude, lasciando fuori questi ragazzi, giudicati e condannati senza appello nel volgere di poche ore. Nel condominio torna la serenità ipocrita di persone per bene che, magari, pubblicamente diranno che questi poveretti vanno aiutati e non emarginati, si ergeranno a paladini dei migranti in una società ormai multirazziale, dove i colori della pelle non contano e dove l’integrazione deve essere la parola d’ordine. Purché lontano dalle loro vite.

profughi lez italiano

  1. La solidarietà di facciata
    Non c’è solo il razzismo che si misura dal colore della pelle. C’è anche quello verso i drogati (termine brutale e inelegante ma inutile girarci intorno), persone che si sono perse dentro una siringa, che non riescono più a governare la propria vita, sono ingestibili, imprevedibili e dunque, da tenere alla larga. Il solito dualismo della gente retta che, in pubblico, proclama comprensione: ‘Hanno sbagliato ma tutti meritano una seconda chance’, oppure, ‘Potrebbero essere figli nostri. Oggi nessuno è al sicuro da questi problemi’. Il politicamente corretto impera. La realtà è altra cosa, così quando si comincia a cercare una sede nuova per il Serd, perché i servizi sono cambiati e non è più consentita una promiscuità di utenti tossicodipendenti con chi combatte dipendenze diverse o chi deve solo sottoporsi a semplici esami legati a pratiche burocratiche. Ma dove spostare un servizio tanto delicato? Viene trovata una soluzione alternativa, comoda, baricentrica, sicura ma, appreso che sarebbe stata a un passo dalle loro case, i cittadini, smessa la maschera buonista, si ribellano: <Non li vogliamo qui>. Siccome è troppo impopolare imporsi in tempi di campagne elettorali perenni, meglio rinunciare e cercare altrove, perché un sito alternativo ‘s’ha da trovare’ e basta. Nel riserbo più assoluto, viene individuata una nuova location, che sembra proprio la soluzione ideale: distante dalle abitazioni quel tanto che basta (o almeno dovrebbe bastare) per tranquillizzare i residenti, ma comunque agevolmente raggiungibile e ben strutturata. Dove? Ssshhh. Bocche cucite. Per ora, meglio non dirlo. Quando tutto sarà pronto, si saprà.

integrazione.jpg

  1. ‘Mi allungava la mano e mi sussurrava: Help’
    Un incidente, auto contro bici. Un ferito piuttosto grave: il ciclista, naturalmente. Un incidente, accaduto di sera, su un ponte molto transitato ma poco illuminato: l’auto non vede il ciclista che gli sta davanti e lo investe. Il ciclista è un ragazzo di colore, un profugo, uno dei tanti che si spostano in bici o a piedi e che, di notte, si confondono col buio e diventano un pericolo, prima di tutto per loro stessi. Mentre è riverso sull’asfalto, sanguinante e dolorante, si avvicina una signora che, avendo visto la scena, si è fermata con la sua auto, ha chiamato i soccorsi ed è corsa verso di lui: ‘Mi guardava e mi sussurrava: Help. Aiuto. Ogni tanto sembrava perdere i sensi. Non sapevo che fare, ma sono rimasta lì accanto, cercando di incoraggiarlo, in attesa dei soccorsi>. Arriva anche l’automobilista: ‘Anche lui un ragazzo di colore. Si è inginocchiato accanto al ferito, gli ha preso la mano, si è scusato a più riprese, lo rassicurava. Era spaventato tanto quanto l’investito’. Un incidente, apparentemente come tanti altri ma non per la signora che ha cercato di sapere come stava il ciclista, ‘perché voglio andare a trovarlo e vedere come sta’.

 

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Carta d'identità, Uncategorized

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