Ogni anno, il 27 dicembre è la giornata dedicata alla Santa Famiglia. Una ricorrenza che ha riportato alla mente di uno dei protagonisti dell’episodio, il ritrovamento di una vecchia tela, abbandonata in un piccolo magazzino attiguo alla chiesa di San Giuseppe, detta dei Cappuccini, a Sant’Elpidio a Mare (provincia di Fermo). Una pezza arrotolata, polverosa e malconcia che si è rivelata essere un dipinto raffigurante ‘La Sacra Famiglia e San Francesco d’Assisi’, opera della metà del XVIII secolo, attribuita a Sebastiano Conca.

Chiesa di San Giuseppe, detta dei Cappuccini (foto Alberto Monti)

di Manfredo Longi

Era ridotta a un cencio, arrotolato e abbandonato insieme a vecchie panche e altro materiale inutilizzato e ammucchiato alla bell’e meglio in uno sgabuzzino della chiesa di San Giuseppe, detta dei Cappuccini. Questa era la sorte toccata alla tela raffigurante ‘La Sacra famiglia e San Francesco d’Assisi’. E meno male che l’occhio attento dell’appassionato d’arte, sia riuscito a guardare oltre l’apparenza, scoprendo cosa si nascondeva in quel pezzo di tela nel corso di un sopralluogo effettuato in quella chiesa nell’ambito di un progetto che riguardava i dipinti che vi sono custoditi e il loro recupero da effettuare con i soliti, risicati, fondi pubblici disponibili. Il sopralluogo era stato voluto ed effettuato dall’allora responsabile dell’Ufficio Cultura del Comune di Sant’Elpidio a Mare (Fermo), Antonietta Langiu, insieme al restauratore accreditato presso la Soprintendenza, Enzo Petrucci, (di Urbino). Insieme a loro, c’era anche l’impiegato comunale innamorato e profondo conoscitore di storia e arte locale. 

Chiesa di San Giuseppe, interno (foto Alberto Monti)

Mentre dirigente e restauratore erano impegnati nello stilare un inventario di quello che si trovava all’interno della chiesa e della sagrestia, l’impiegato era andato a dare una sbirciatina nel magazzino adiacente, quello in cui erano state accatastati oggetti da buttare che nessuno aveva voglia di buttare via del tutto, nonostante fossero ormai inservibili. Proprio lì dove polvere e ragnatele regnavano sovrani, l’occhio attento del dipendente pubblico era caduto su quel cencio, seminascosto sotto una spessa coltre di polvere e di inutili carabattole. “Lì per lì, non ho pensato che potesse trattarsi di un dipinto – racconta – ma volevo soddisfare la mia inguaribile curiosità e capire che cosa potesse essere”. Non ci aveva pensato due volte, l’impiegato: aveva spostato il materiale accumulato intorno al cencio, lo aveva tirato fuori , srotolandolo piano piano, con un crescente senso di anticipazione, restando sorpreso nel constatare che si trattava di una tela dipinta. Le figure che vi erano state rappresentate, in realtà, si vedevano solo in abbozzo, si percepivano appena ma la fantasia dell’appassionato di arte aveva già cominciato a galoppare, immaginando la tela nel suo originario aspetto, quando i colori, i contorni e l’immagine erano ben definiti e perfettamente leggibili. “Si trattava probabilmente della pala centrale dell’altare maggiore – la sua ipotesi – che, intorno agli anni ’50 del secolo scorso, era stata rimossa per fare posto alla nicchia che, per diversi anni, aveva ospitato la grotta con la statua della Madonna di Lourdes”. 

Chiesa di San Giuseppe, altare (foto Alberto Monti)

Senza alcuna esitazione, era andato ad avvertire la Langiu e Petrucci dell’insolito ritrovamento. Questi, accorsi sul posto, avevano constatato che la tela risultava essere stata fortemente danneggiata e che un suo eventuale restauro si presentava alquanto complicato viste le pessime condizioni dell’opera. “Tuttavia, – prosegue il racconto – si erano resi conto anche del fatto che recuperarla e riconsegnarla alla comunità, poteva assumere un significato particolare, soprattutto dal punto di vista affettivo, oltre che devozionale”. Un’idea illuminante, in quel momento, stava passando per la testa dei tre:  non era possibile non recuperare quella tela. Anzi. Restaurarla prima di tutte le altre, poteva rappresentare quel segnale capace di scuotere gli animi e fare da traino per il recupero di tutto il vasto patrimonio artistico custodito in quella chiesa. Era una bella sfida tentare un restauro difficile di un dipinto ridotto in uno stato tale da renderlo quasi illeggibile, di cui non si conosceva l’autore e, peggio, di cui non si avevano notizie di sorta. E allora, che fare? Succede sempre così: quando sembra che non ci siano più speranze per tentare l’impresa, quando sembra che la strada della buona volontà si faccia più stretta e non si sa più che pesci pigliare, ecco che sopraggiunge la Provvidenza, che si manifesta attraverso la disponibilità ad accettare la sfida. “Questo dipinto non può attendere. Basterà quel poco che abbiamo a disposizione – avevano detto i tre -. Avvertiamo la Soprintendenza e facciamo quello che dobbiamo. Basterà”.

Chiesa di San Giuseppe,
‘La Sacra Famiglia e San Francesco d’Assisi’, particolare
(foto Alberto Monti)

Così è stato fatto e il risultato finale si può ammirare ancora oggi, nel posto per il quale l’opera era stata pensata e collocata fin dall’inizio. E’ stato un restauro lungo e complesso che ha restituito i volti bellissimi dei personaggi della Sacra Famiglia, con San Francesco in ginocchio che riceve la regola dal Bambino Gesù, seduto sulle ginocchia della Madre. Il volto soave di Maria e la figura rassicurante di San Giuseppe esprimono quel senso di tranquillità e di armonia che, inevitabilmente, colpiscono e non lasciano indifferenti. Una tela che induce a riflettere sul ruolo e l’importanza della famiglia, a quello che oggi dovrebbe essere e che, invece, per molti, non è.  Tornando al dipinto, non è stata trovata la firma dell’autore, ma gli esperti l’hanno attribuito alla mano di Sebastiano Conca, un pittore noto e importante nel suo tempo. 

Va detto che, così come era negli auspici, questo restauro ha dato il là al recupero di tutti gli altri dipinti realizzati dall’artista fermano Filippo Ricci intorno al 1758, che sono a corredo della chiesa di San Giuseppe, bella nella sua semplicità architettonica e nello stile tipico di tutte le chiese volute dai Padri Cappuccini, intrise di spirito francescano. Non si vuole parlare di miracolo ma, a volte, capita che per tanti, e forse anche indecifrabili motivi e una serie di circostanze favorevoli, i sogni si avverino e che la tenacia e la passione vengano premiate.

Note sull’autore: Sebastiano Conca (Gaeta 1680 – 1764), maggiore di dieci fratelli, si formò alla scuola napoletana di Francesco Solimena, ovvero nella bottega di uno dei massimi esponenti del barocco napoletano. Nel 1706, si trasferì a Roma dove incontrò Carlo Maratta. Proprio il contatto con quest’ultimo, con cui portò avanti una lunga e proficua collaborazione, segnò una svolta importante nella vita del pittore. Il suo stile artistico esuberante, tipico della pittura barocca, napoletana di formazione, pur mantenendo una sua vivacità e freschezza, si moderò parzialmente a contatto con quello più composto del mondo romano. Uno stile che incontrò il favore della committenza e che lo portò a essere uno degli artisti più apprezzati e di riferimento, anche a livello europeo, della prima metà del Settecento.

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